Un bastone tra le ruote (un grain dans l'engrenage)

TRADUCTION EFFECTUEE PAR LA CLASSE 4L DU LICEO CLASSICO DANTE ALIGHIERI, RAVENNA


Eravamo in quattro quando siamo entrati nella foresta. Erano le 14:00. I miei capelli erano legati in una treccia stretta e uniforme.

Avevamo un obiettivo: raccogliere dei mazzi di fiori di mughetto per venderli al mercato il sabato seguente.

Avevamo un piano: camminare cinquecento metri in linea retta dal margine del bosco. Arrivati alla radura, svoltare di quarantacinque gradi a sinistra. Avanzare ancora centocinquanta metri. E là, secondo lo schema dell'anno scorso, ci sarebbe una distesa di fiori bianchi.

Avevamo un orario predefinito. Saremmo tornati alle 16:00. Alle 16:15, se avessimo perso un po' di tempo in giro. Odio l'idea di bazzicare in giro, ma c’era Jean nella nostra squadra, quindi dovevamo aspettarci un po' di ritardo.

Ero io ad aprire, essendo la capogruppo. In 17 minuti avevamo raggiunto la radura. Il calore della primavera in arrivo era mitigato dall'ombra del sottobosco. Il vento, che il giorno prima soffiava ancora molto forte, si era trasformato in una brezza delicata. Avevo scelto saggiamente di abbinare alla mia giacca di cotone una sciarpa pesante. Era tutto sotto controllo e stavo bene.

Alle 14.30 le cose hanno cominciato a degenerare. Stavamo camminando sul sentiero di ghiaia che attraversa la radura, quando Jean si è fermato, si è girato ed è precipitato su un mucchio di rocce che spuntava tra gli alberi. Dei blocchi disuguali erano accatastati ad altezza d'uomo per tre metri di larghezza, con dei rilievi che attraevano lo sguardo. Erano irresistibili anche per Jean, che sognava di diventare un geologo. Vedere il mio ruolo di guida minacciato da un mucchio di sassi mi aveva portato subito a gridare: « Jean, non c’è tempo ! ».

Che fatica sprecata. Lui aveva già attirato Lucie e Laure nella sua direzione e lo stavano tempestando di domande.

Alle 14.39, sono stata costretta a raggiungerli tra due massi, snervata dal fatto che avevamo sprecato del tempo e scombinato il programma.

Alle 14.41, Jean ha voluto rimuovere un frammento di roccia calcarea tra due due pietre massicce.

Alle 14.41, Jean, Lucie e Laure sono scomparsi sotto una frana assordante. E io, mi sono ritrovata lunga e distesa, con la schiena a terra e gli occhi al cielo, colpita dai rimbalzi, con un sasso sorprendentemente liscio conficcato in uno dei miei palmi. Non so come ci sia arrivato. Quel sasso era l'unica cosa che mi collegava al suolo.


***


Il sasso che ho nella mano è tondo e caldo. Lo accarezzo lentamente, meccanicamente. Sarà stato l’urto della frana? La mia caduta? La perdita del mio gruppo o l’annientamento della mia bella organizzazione? Ho l’impressione di sentire il sasso che mi chiama. Ma il suo urlo è così debole, e le mie orecchie si sono riempite di polvere. Sul mio letto d’erba calpestata, mi sento sciogliere. Poi, degli insetti mi salgono sui vestiti. La mia pelle si è informicolata e il mio cuore rallenta.

Non so più che ora sia. O dove si trovi il nord. Che tempo faccia. Mi rendo conto che non raccoglieremo il mughetto come programmato. Peccato per la vendita al mercato. Qualcosa vibra in me, come un filo da troppo tempo teso e che, alla fine, si rompe. Se solo potessi mollare il sasso che mi inchioda a terra, così potrei liberarmi e prendere il volo, lasciare il mio spirito correre a seconda del vento, abbandonare questo corpo ingombrante.

Sento un nuovo mormorio insistente che si trasforma in parole confuse. Impossibile, mi dico, dato che la polvere mi tappa le orecchie. La sento compatta e spessa, più efficace dei tappi per le orecchie che mi ha regalato la mamma. Ma le parole insistono e prendono forma.

« Giocare, ballare, volteggiare, chiacchierare »

Cantano a ripetizione. Vorrei scuotere la testa ed essere lasciata in pace, ma sono troppo debole per muovermi. Nella mia mano, il sasso irradia un mite calore. È lui che mi parla?

« Balzare, ridere, correre », insiste la voce. « Fantasticare, oziare, rimandare a domani ».

Avrei voglia che questo rumore si fermasse e penso intensamente: « Taci! »

« No », mi risponde il ciottolo. Netto e preciso, va già meglio. Ma ricomincia di nuovo. Le parole senza senso si susseguono e rischiano di farmi perdere il controllo.

« Ma che cosa vuoi? » urlo per davvero.

Ecco che la mia mente scossa rianima il mio corpo malconcio. Ho male dalla testa ai piedi. E il dolore mi ricorda la vita. Caotica,sporca, disorganizzata. La vita che non smette di agitarsi. Ed io che ce l’avevo messa tutta per tenerla in ordine! All'idea di questi anni di sforzi inutili, la mia mente prende il sopravvento. Si rimette a funzionare.Scannerizza e analizza la situazione.

- Piedi: destro, intatto. Sinistro, scalzo.

N.B: ritrovare la mia scarpa prima di sporcarmi il calzino.

- Gambe: ferite,ma apparentemente intere.

- Natiche: risparmiate.

- Schiena: dolore generale diffuso.

N.B: è un buon segno.

- Braccio: destro, appiccicoso sulla metà inferiore. Sinistro,tutto ok.

- Testa: funziona.Interferenze interrotte.

N.B: sono salva!

Dopo questo check-up soddisfacente, decido che la morte e la decomposizione del mio corpo attenderanno. Guardiamo avanti,dato che vivrò!

Mi siedo,mi gira la testa. Con la mano sposto delle ciocche spettinate dalla fronte. La treccia si è tutta sciolta e sono molto infastidita. Nel palmo della mia mano, il sasso si è raffreddato. Lo butto lontano. Raggiunge i suoi simili e aggiunge il suo peso sui cadaveri del mio gruppo decimato.

Guardo l’orologio che, per fortuna, è stato risparmiato. 15.05. Se mi sbrigo, posso ancora portare a termine la mia missione in tempo.

Quando smette di girarmi la testa e la terra ritorna salda sotto i miei piedi, mi rialzo completamente. La mia diagnosi era corretta. Le gambe sono intatte e, a parte un brutto graffio sul braccio destro, sono illeso. Mi concedo persino di pulirmi energicamente le orecchie con il mignolo per togliere la polvere.

« Viviane? »

Cerco di individuare da dove proviene il mio nome sussurrato.

« Viviane? »

Mi volto e il segnale diventa più forte.

« Aiuto! »

Allora capisco cosa mi aspetta e,sospirando,aggiro la frana. Lì,sepolto dai piedi alla vita,ritrovo Jean che ansima e mi cerca con lo sguardo di un folle. Mi maledico per aver perso l’occasione di sgattaiolare via. Ora sarò costretta ad aiutare il mio compagno,il che comprometterà definitivamente la mia missione. Me lo aspettavo,che Jean sarebbe stato fonte di guai.

Ciò nonostante il mio ruolo di capogruppo prende comunque il sopravvento e mi accovaccio vicino al corpo steso a terra, facendo attenzione di posizionarmi dove mi può vedere e di nascondere la mia irritazione.

« Viviane? »

Trovo idiota ripetere così il mio nome, perché è ovvio che sono io. Ma penso che forse possa avere una commozione cerebrale e quindi rispondo pazientemente.

« Sono qui, Jean. »

Poi, nonostante l'ovvietà della risposta, mi sforzo di aggiungere:

« Va tutto bene? »

Ha l'intelligenza di non rispondere e questo migliora leggermente la stima che ho di lui.

Ma la ripercorre subito non appena ricomincia a parlare.

« Amirelle? »

Suppongo che abbia respirato male, il che, viste le sue condizioni, è comprensibile, e che produca un suono involontario. Ma lui ripete.

« Amirelle? »

Non ho altra scelta che intervenire.

« Che cosa? »

« Lucie, Laure... Le amirelle. Stanno bene? »

Mi viene in mente allora la sua mania di chiamare così le due inseparabili. Amiche e sorelle. Masticato e sputato in un «amirelle» che mi esaspera al massimo.

Inoltre, a peggiorare le cose, sospetto che Lucie e Laure non stiano per niente bene. E dirlo a Jean lo farà preoccupare, cosa che non lo aiuterà a rialzarsi. E quello che voglio io, è andare avanti. Allora creo un diversivo.

« Jean, riesci a muoverti? »

Lui non capisce, mi pento di essere stato troppo vaga.

« Riesci a muovere le braccia? »

Sono partita dal meno rischioso e vengo ricompensata con l'esecuzione di movimenti, certamente disarticolati, ma apparentemente indolori.

« Bene. Adesso prova a muovere piano piano la testa da destra a sinistra ».

Un altro successo. Comincio a nutrire un certo entusiasmo per questo studente così bravo.

« E la schiena? La senti? Hai male lungo la colonna vertebrale? »

Mi accorgo subito che questa volta ho decisamente sopravvalutato le risorse mentali e fisiche di Jean. Mi fissa, perso di nuovo. Peggio ancora, sta ricominciando a delirare.

« È a causa dei diametti, vero? Non avrei dovuto sparargli. Ma mi piacciono così tanto i gioietti! »

Non ci capisco niente e temo di essere stata troppo ottimista riguardo la sua salute. Cado in un momento di profondo sconforto. Il mio orologio segna le 15:47. Il sole è meno forte mentre si abbassa dietro gli alberi che sono tornati ad essere pieni di foglie. Presto anche la temperatura si abbasserà. Come leader del gruppo, è mio dovere riflettere e stabilire le priorità. Per quanto riguarda l'addio al mughetto , devo assolutamente concentrarmi sul nostro ritorno. L'idea di abbandonare Jean è ancora allettante, ma la scarto, perché moralmente è eccessiva.

Non mi piace dover ricorrere a soluzioni estreme ma lo so perfettamente : quando le parole non bastano più usare le maniere forti è necessario passare all'azione. Faccio un respiro profondo e inizio a rimuovere le pietre che bloccano Jean. Per fortuna non è un grosso blocco, ma una miriade di piccole schegge. Gli spigoli taglienti frenano la mia foga. Sarebbe inutile infortunarmi anch'io. Jean avrà abbastanza ferite per due, suppongo. Con le dita esamino ogni sassolino prima di afferrarlo delicatamente. Falange dopo falange, tasto, individuando sporgenze e solchi. Una ruvidità improvvisa mi avvisa del rischio di sgretolamento. Una superficie eccessivamente liscia indica una scarsa presa. Una callosità su cui posso schiacciare un pollice ben fermo. Qualcosa di appiccicoso che insinua il sospetto di un'arteria recisa. Quando una roccia più grande delle altre ostacola il mio percorso, mi aiuto con gli avambracci e i graffi ricominciano a sanguinare. Un miscuglio appiccicoso e terroso si è solidificato in fretta, creando una crosta sgradevole sulla mia pelle. Provo a non pensarci, ma è dura. Mi prude. Vorrei abbandonare Jean e pensare a me stessa. Mamma mi ha sempre detto che per aiutare gli altri, bisogna prima occuparsi di se stessi. È per questo che faccio sempre molta attenzione all’organizzazione, a non disturbare, a non scocciare gli altri, ad essere servizievole, efficiente e degna di fiducia. Tutto questo l’ho imparato dalla mamma.

Mi rendo conto che, persa tra questi pensieri, ho smesso di rimuovere i detriti. Ho le unghie graffiate e spezzate. Il mucchio è diminuito, ora arriva a mezza coscia di Jean. Ma restano talmente tante pietre e ho così male alle mani…

All’improvviso, Jean si muove. Ho paura che si rimetta a delirare. Sono stanca e ho perso la pazienza. Delle formiche si sono approfittate della mia concentrazione per arrivare di soppiatto l’orlo dei miei calzini. Le sento che risalgono sulla mia gamba destra.

Devo veramente essere allo stremo, perché mi sono persa il momento in cui Jean si è trasformato da una massa inerte stesa in un essere umano seduto. E a dir la verità non è neanche un essere umano troppo danneggiato, dalle sue sopracciglia folte spunta uno sguardo vivo. E soprattutto, sopratutto! ha delle mani che si agitano! Che, a loro volta, afferrano le pietre davanti e le lanciano lontano! Una, poi un’altra, e ancora un’altra. E man mano che resto a guardare imbambolata questo miracolo, appaiono dei pezzi di tessuto. Blu e bianco sotto la polvere, che sbrilluccicano nella luce obliqua… Sono i pantaloni di Jean!

Vedere l'obiettivo così vicino, mi manda una scossa elettrica. Tutto si riattiva. Cervello e mani si ricollegano e unisco le mie dita inarrestabili a quelle di Jean. Gli spigoli, le superfici lisce e il sangue non mi fanno più paura. È azione, pura e inebriante. Movimento. Meccanica dei corpi.

E una volta tanto non coinvolge solo me! Perché non so più dove iniziano le mie mani e dove finiscono quelle di Jean. anche I nostri respiri sembrano all'unisono. Non ci sono più parole, ma gesti coordinati che si aiutano, si completano, si imitano, si rispondono e si confondono.

La nostra euforia fa sparire le pietre in un batter d’occhio. A parte una caviglia piegata in modo sospetto, tutto sembra in ordine, le gambe di Jean, distese una accanto all'altra. Non ci sono pozze di sangue né frammenti ossei. Ci guardiamo, sentendoci forti in questo nostro nuovo connubio ed è Jean a rompere il silenzio.

« Coraggio, in piedi! »

Gli esce con talmente tanta convinzione che viene da crederci. Io salto in piedi. Jean segue il mio movimento. Si raddrizza, stende le gambe, la sua testa supera la mia. Poi agita le braccia e crolla.

Mi rifiuto di imitarlo. Al contrario, gli ordino dall’alto comando:

« Coraggio, in piedi! »

Ci prova e ricade.

« Forza, in piedi! »

Di nuovo un fallimento.

« Coraggio, in piedi! »

Nessuna reazione. Cioè, sì. Ma non quella giusta.

« Non riesco, mi fa troppo male» inizia a gemere.

Non mi riconosco più minimamente in questo piagnucolone. Il nostro connubio è morto appena nato.

« Su, dai! », Insisto.

Mi rendo conto che la sua caviglia è diventata viola e tonda come un cocomero, ma se non cerca di collaborare, non funzionerà mai. Mi guarda con gli occhi lucidi e mi fa innervosire. Sta cominciando a fare freddo.

« Forza! In venti minuti saremo fuori dal bosco. Tra trenta al massimo, saremo a casa. Fai uno sforzo ! » Ma la sua risposta è: « Bisogna che vai a cercare aiuto ».

Non reagisco e lui insiste.

« Vai a chiamare i miei genitori, la polizia, l'ambulanza... qualcuno! »

Noto che non è più così pallido e ha ripreso colore.

« Sono io il capo del gruppo. Sono io che decido. » gli rispondo.

Allora lui scoppia e dice : « Sì, col cavolo che decidi tu ! Sei più testarda di un mulo, io non riesco a muovermi e Lucie e Laure potrebbero essere morte! » Poi scoppia in lacrime.

Se ne avessi avuto le forze , me lo sarei caricato in spalla e avrai iniziato a correre, più veloce di una lepre, fino alla scuola. Lí ,la maestra avrebbe preso il controllo. Io sarei tornata ad essere una semplice alunna e lei avrebbe dovuto occuparsi di questo guaio.

Oppure, se la mamma mi avesse lasciato guardare il canale medico che spiega tutto sul corpo, le ossa e gli organi, io avrei potuto fabbricare una stecca, delle stampelle o una barella. E Jean se la sarebbe potuta cavare così per tornare a casa.

E so che, se avessi preso in carico da sola questa “missione mughetto”, come avevo chiesto, non sarebbe accaduto nulla di tutto questo.

Sento Jean continuare a singhiozzare come un neonato, mi rendo conto che non c’è alternativa allo scenario di questo dramma. Io, Viviane Deplot, quattordici anni, capo del gruppo, devo accettare una tripla sconfitta: la perdita del cinquanta per cento della mia squadra, l'incapacità di trarre in salvo i sopravvissuti e la rinuncia ai preziosi mughetti.

E proprio nel momento in cui stavo per sprofondare nella disperazione, con la prospettiva di aver rovinato il mio futuro, mi aggrappo ad un pensiero paradossale ma sensato: il cinquanta per cento del gruppo può ancora essere salvato! Tantovale vedere il bicchiere mezzo pieno, non conquisterò la gloria ma almeno posso evitare il disastro.

Mi tolgo il giubbotto e lo cedo, generosamente, a Jean. Poi inizio a correre con tutte le mie forze verso la scuola.


***


È già un mese che Jean è stato salvato. Lucie e Laure dissotterrate dalle rocce sono state risotterate di nuovo come si deve al cimitero.

Quanto a me sto facendo un “periodo di riposo” , come dicono la mamma e il dottore, nell'istituto del Lago. È un grande edificio pulitissimo, che mi affascina con i suoi corridoi drittissimi, con porte regolari, identiche tra loro, tranne per i piccoli numerini dorati che si susseguono. I pasti sono serviti ad ore fisse. Il cibo è di una monotonia deliziosa. Il personale indossa delle divise.

Lo so che gli altri non capiscono, ma a me piace questo posto. Dato che non ci sono molte cose da fare, né nessun altro bambino e nemmeno avventure nella foresta, mi sono messa a scrivere. La mamma mi ha regalato un grosso quaderno con le righe dritte e spesse. Ho una matita ben appuntita per le mie brutte copie e una penna stilografica blu per la versione definitiva del mio testo. Faccio sempre attenzione a non lasciare delle chiazze di inchiostro, tanto che le infermiere si congratulano con me quando glielo faccio notare.

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